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CRONACA

«Sarebbe un  bene per tutti che dalla giustizia venisse una parola di chiarezza, non confuse lungaggini che avviano alla prescrizione»

L'associazione di cultura e politica“Graziella Riga” scrive al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in merito alla vicenda che riguarda il padre del consigliere comunale ed ex presidente del Consiglio comunale De Sarro

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Venerdì 22 Marzo 2019 - 8:20

Anche dopo la sentenza del Tar del Lazio che ha annullato lo scioglimento del consiglio comunale alcuni temi rimangono immutati, e così l'associazione di cultura e politica“Graziella Riga” scrive al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in merito alla vicenda che riguarda il padre del consigliere comunale ed ex presidente del Consiglio comunale De Sarro, coinvolto in un’indagine per presunta compravendita di voti a favore del figlio in occasione delle ultime elezioni comunali a Lamezia Terme e rinviato a giudizio nel settembre 2016, con invece l'attuale esponente di Forza Italia scagionato.
Per l'associazione tale vicenda «rischia fortemente di rimanere l’ennesimo “buco nero” per questa città. Per 3 anni, a causa del muro di gomma del sindaco Mascaro e della sua maggioranza, non si è potuto discutere in consiglio comunale di una vicenda che, a prescindere dagli esiti processuali che si decideranno nei tribunali, ha implicazioni politiche ed etiche di estrema rilevanza su cui era dovere della politica confrontarsi pubblicamente. Oggi c’è il rischio concreto che nemmeno dalla giustizia arrivi una parola di chiarezza definitiva sulla vicenda». Da un punto di vista politico, però, neanche l'opposizione ha mai usato uno strumento istituzionale come la sfiducia del presidente del consiglio comunale (bastavano 8 consiglieri) per costringere l'aula a confrontarsi con il tema.
L'associazione ricorda i tempi lunghi del procedimento, non un unicum in Italia: «sono trascorsi 4 anni dai fatti contestati, 2 anni e mezzo dalla citazione diretta a giudizio, oltre 2 anni dalla prima udienza. Anche l’udienza prevista per lo scorso 15 febbraio, è stata rinviata. La prossima udienza è prevista per il 25 marzo. Ad oggi il processo nei fatti non è ancora iniziato. Sembrerebbe, per quanto è dato sapere dalle cronache giornalistiche, per mancate notifiche di alcuni atti processuali. E' inammissibile che tutto ciò accada nell’Italia del 2019, su una questione dirimente come quella su presunti fenomeni di corruzione elettorale. E’ ingiustificabile che, per difetti di notifica e cambi di giudici, il processo venga continuamente rinviato, dilatando così i tempi  e creando le premesse per una quasi certa prescrizione. E’ in gioco la credibilità dello Stato. Il messaggio che si manda è quello  che, quando ad essere coinvolti sono esponenti politici, la macchina della giustizia appare ancora più lenta del solito».
Ricordando ancora i passi della commissione d'accesso, ribaltati poi dalla sentenza del Tar del Lazio, secondo l'associazione «sarebbe un  bene per tutti che dalla giustizia venisse una parola di chiarezza, non confuse lungaggini che avviano alla prescrizione. Vale per chi è imputato, affinchè possa eventualmente dimostrare la propria estraneità ai fatti; vale per la comunità lametina, che ha il diritto di sapere se ci sono stati o no fatti che hanno inquinato il voto alle ultime elezioni comunali. Il tribunale  avrebbe il dovere di concludere almeno il primo grado di processo. Parlare di moralità della politica, selezione della classe dirigente, questioni vitali per una città come la nostra, rischia di rimanere retorica da pura convegnistica se dallo Stato, su certi fatti, non giungono certezze e chiarezza nei tempi giusti e con pronunce definitive».
Intanto prima del giudizio dei magistrati, è già arrivato quello politico. 
g.g.




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