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Trame.11: I fratelli Graviano di Salvo Palazzolo apre il festival

La presentazione del volume incentrato sui padrini delle stragi di mafia, sotto la moderazione del giornalista Pietro Comito

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Il battesimo della undicesima edizione del Festival dei libri sulle mafie sulla serie di incontri programmati nella ormai consueta cornice di Piazzetta San Domenico, parte con Salvo Palazzolo e il suo I fratelli Graviano. Stragi di mafia, segreti, complicità, editori Laterza.

A trent’anni dalle stragi del 1992, l’autore, inviato speciale di La Repubblica che vive a Palermo, ha ricostruito con un libro-inchiesta la storia dei fratelli Graviano, uomini di fiducia di Riina e capimafia del clan palermitano di Brancaccio. Un’accurata ricostruzione che mette nero su bianco alcuni interrogativi attuali che hanno legato i Graviano alle vicende di Cosa nostra, anche dopo il loro arresto, mostrando la potenza di una storia criminale intrisa di discutibili operazioni finanziare e spietati assassini.

Il libro consegna ai lettori cinquant’anni di storia del nostro Paese, usando una prospettiva del tutto nuova, quella della famiglia Graviano: partendo dall’omicidio del padre Michele, fino alla nascita dei figli di Giuseppe e Filippo.

Un pensiero di rammarico va all’amico don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio ucciso il 15 settembre 1993. L’autore ripensa alla telefonata ricevuta in merito alla notizia della sua morte, una scintilla che aprirà gli occhi di Palazzolo su ciò che fino a quel momento non aveva visto. In quel momento ha capito di essere stato un osservatore che non riusciva a vedere e che di conseguenza non è stato in grado di aiutare don Pino, a cui va la dedica del libro.

È sicuramente un libro per addetti ai lavori che deve però aprirsi ai giovani, perché è solo attraverso la conoscenza delle vicende di mafia di ieri che le nuove generazioni possono comprendere a pieno la storia di oggi: “Ho scritto per ricordare che le vicende del passato sono storia di attualità”.

L’importanza del libro sta sicuramente nel fatto che l’autore vive in prima persona gli eventi di cui narra e di cui, come racconta lui stesso, non ha piena coscienza nel momento in cui avvengono. Indelebile nella memoria di Palazzolo resta il taccuino bianco e l’odore acre di fumo che inonda i suoi polmoni nel momento in cui è il primo ad arrivare dopo l’esplosione dell’autovettura di Falcone; quel taccuino resterà bianco, tra lo sgomento dei suoi colleghi in redazione. Si tratta di un episodio che ancora lo tormenta in molti dei suoi sogni.

Solo oggi Palazzolo è riuscito a capire come raccontare questi eventi ed invita tutti, e soprattutto i giovani, ad adottare le storie delle donne e degli uomini soli che hanno deciso di denunciare, rimanendo isolati dalle istituzioni e dalle società, avendo a portata di mano sempre un taccuino bianco da riempire.

Nel dibattito con Pietro Comito compaiono i contorni di un uomo che ancora non riesce a capire: Salvo Palazzolo continua a domandarsi quesiti a cui non riesce a trovare risposte; domande che appunta e ripone in uno scatolone e che un giorno decide di sistemare in ordine cronologico, accorgendosi che tutti gli episodi malavitosi ruotano sullo stesso gruppo di domande che si ripetono con ciclicità.

Perché dopo ogni avvenimento, dopo ogni attentato scompaiono gli archivi, le memorie e gli appunti delle vittime: dopo la morte di Peppino Impastato vengono portate vie dieci buste di suoi appunti personali, dopo l’attentato di Falcone scompare dal cruscotto dell’automobile la sua agenda rossa, scompare anche l’archivio dell’agente Agostino.

Perché? Quali uomini delle istituzioni permettono che ci vengano sottratte le parole di uomini illustri e coraggiosi?

Nel tentativo di ritrovare le parole perdute, impegniamoci singolarmente nella ricerca di nuove parole, storie da raccontare che sono sicuramente presenti anche nelle nostre città, per dare voce agli emarginati che hanno avuto il coraggio di dissociarsi dal bisogno di mafia di cui l’Italia è enormemente impregnata.

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