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“Non è che quando non c’è sangue non c’è mafia, spesso ce n’è di più”

Per il Progetto Trame a scuola il giornalista Attilio Bolzoni ha incontrato gli alunni del Liceo Classico – Artistico “F. Fiorentino”

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Per il Progetto Trame a scuola il giornalista Attilio Bolzoni, che scrive di mafie dalla fine degli anni settanta, ha incontrato gli alunni del Liceo Classico – Artistico “F. Fiorentino”. Al centro del meeting il libro “Uomini Soli” nel quale l’autore racconta le dinamiche, i misteri e i retroscena che hanno insanguinato la Sicilia negli anni Ottanta e Novanta. Si è parlato della “solitudine” di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma non solo. E’ stata anche l’occasione per parlare del rapporto mafia e politica e della sua evoluzione, di comunicazione e del ruolo dell’informazione.

L’incontro che è iniziato con i saluti del dirigente scolastico Nicolantonio Cutuli, è stato moderato da Maria Chiefallo, docente del Fiorentino, che ha curato il progetto e ha proposto agli studenti la lettura del libro.

Tantissime le domande. La prima l’ha fatta proprio il giornalista ai ragazzi: «Secondo voi che differenza c’è tra la criminalità comune e criminalità mafiosa?». E dopo aver sentito le diverse opinioni ha spiegato: «La criminalità comune ha sempre vissuto ai margini della società ed è combattuta, la criminalità mafiosa vive dentro la società ed è sempre protetta. La parola chiave è il potere, la politica. E la mafia non è di destra né di sinistra ma sta sempre con il potere».

«Siamo abituati a considerare, a riconoscere la mafia o le mafie – ha proseguito – quando si manifestano all’esterno con la violenza delle armi, con il sangue, la storia delle stragi è una parentesi spaventosa di quegli anni. Ora la mafia è ritornata quella che era stata prima. Non confondiamo la mafia con il sangue sulla strada. Non è che quando non c’è sangue non c’è mafia, spesso ce n’è di più».

Chi sono gli uomini soli oggi? «Ce ne sono tanti in ogni categoria: sono quelli che rompono, quelli che fanno il proprio lavoro, alcune volte vengono chiamati ossessivi, alcune volte fissati, alcune volte fuori dal mondo, che non sanno campare. Sono quelli che fanno il proprio lavoro secondo coscienza e secondo dei principi che sono fondamentali, universali. Non sono malleabili. Questo è un aspetto da tenere sempre in considerazione. L’isolamento parte sempre dall’ambiente di lavoro».

A Bolzoni i ragazzi hanno chiesto di informazione e potere, della libertà del giornalista. «Il giornalismo – ha risposto – non è svincolato per niente dalle logiche di potere, il giornalista la libertà se la conquista ogni giorno con le unghie e con i denti. Allora c’era una situazione molto particolare, perché da una parte c’era una rivoluzione al Palazzo di Giustizia con questi uomini, e dall’altra c’era un pezzo di stampa importante italiana che era contro di loro, però il quadro era molto chiaro: amici – nemici. Oggi il quadro è molto più difficile. Oggi tutti parlano di mafia, il problema è come ne parli d mafia. Molte situazioni simili a quegli anni si sono riproposte senza il sangue e la stampa è ricascata in larga parte negli stessi errori cui era stata protagonista tanti anni prima. Negli ultimi anni ci sono stati casi di mafiosi mascherati in Sicilia da anti mafiosi e la stampa è stata zitta. La stampa ha un ruolo non solo importante ma fondamentale perché può far conoscere all’opinione pubblica come stanno le cose».

Bolzoni ha rimarcato più volte l’ipocrisia del potere, «spesso – ha fatto notare – facendo riferimento ai nomi di Falcone e Borsellino, si agitano con molta retorica il nome di queste persone e ci si nasconde dietro di loro, li facciamo diventare dei santini, non partiamo però nell’attualità il loro esempio, ce ne guardiamo bene a seguire quelli che sono stati i loro esempi ed attuare quello che loro hanno fatto».

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